Per sapere quanto sia costosa la Svezia basta solo metterci piede. Ed ecco che all’aeroporto di Stoccolma (quelle per voli Ryanair), solo per prendere qualcosa da mangiare dobbiamo spendere un capitale, ed anche per raggiungere la stazione centrale dei treni, un’ora e venti di viaggio ci costa 12 euro. Neanche un prezzo eccessivo considerato che è l’unico modo per andarci. La destinazione di oggi è la città di Uppsala, quindi altri 8 euro abbondanti per una mezzora di treno, ma i treni svedesi sono talmente tanto nuovi e puliti che pure il bagno pubblico merita una visita di piacere. Anni luce in confronto ai nostri quindi, ma anche a quelli polacchi. Ad Uppsala ci attende un nostro amico in Erasmus, che ci ospita nel suo studentato. Undici edifici mezzi hippy degli anni sessanta, da 7 piani l’uno, in ogni piano un corridoio con due cucine e 24 camere singole, totale: 1848 studenti pronti a far festa tutte le sere. E si comincia subito con il “corridor crowl”, ogni stanza prepara un cocktail o uno shot (noi abbiamo portato il Vana Tallinn dall’Estonia) e si continua finchè non se ne ha abbastanza. Dormiamo in cinque in una stanza, il sesto, Federico, si deve accontentare di un materasso nel corridoio.
Il secondo giorno si fa un giro per Uppsala. Io credo che per visitare una città nel migliore dei modi si ha un necessario bisogno di sole e di bel tempo. Quel giorno ad Uppsala c’era la neve, c’erano le nuvole, eravamo sotto zero e il buio arrivava prestissimo, risultato? Poca gente in strada, atmosfera triste, e anche fare foto decenti era missione impossibile. Così che non avrò mai un grande ricordo Uppsala.
Il terzo giorno è l’ora di Stoccolma: è vero che per visitare una città al meglio c’è bisogno di bel tempo, ma una delle città più belle d’Europa può essere l’eccezione che conferma la regola. Sono bastate sei ore al gelo e al vento per capire che Stoccolma poteva essere una di quelle città di cui ci si può facilmente innamorare, case coloratissime, tipiche cattedrali nord-gotiche coperte di neve (o così sembra, per quanto poco me ne capisco), mare ghiacciato che immobilizza le navi e le barche nel porto. Poco importa poi se il palazzo reale lasci molto a desiderare. La bellezza di Stoccolma non è nel singolo e maestoso edificio, ma nei dettagli di ogni via, dalle finestre, dai lampioni, dalle insegne dei negozi del centro storico. Tutto il contrario di San Pietroburgo, dove una piazza mastodontica o una cattedrale ortodossa possono anche mozzare il fiato, ma il resto della città convive con disordine e sporcizia di una città che lotta per essere europea ma ha ancora molta strada da fare.
Il ritorno è quello che forse ogni viaggiatore tradizionale odia: dieci ore, sei o sette mezzi di trasporto con l’occhio all’orologio per non perdere nessuna coincidenza che ci avrebbe fatto perdere l’aereo. Quindi grazie Ryanair, ma forse può bastare così. E la sera a Tartu, mi sdraio davanti alla porta di casa.
Blog di cinema e musica, parleremo di film che vengono dall'estremo oriente, degli anime, dei film che non hanno senso, di quelli misteriosi, di quelli sconosciuti, di quelli sottovalutati e quelli che lasciano a bocca aperta. E anche un po' di musica Rock. Proverò a mio modo a presentare e confrontare alcune pellicole, sperando possano essere buoni consigli per chi avrà la pazienza di leggere fino in fondo.. Buona lettura, e buona visione!
lunedì 11 luglio 2011
martedì 28 dicembre 2010
Yo camino en bici
Articolo pubblicato su corriere.it/viaggi
E’ una normale giornata di Febbraio, io sono davanti al computer nella mia casa di Madrid, dove sono in erasmus, quando leggo una mail che mi disegna il sorriso sulla faccia, mio fratello mi chiede: “Ce lo facciamo il Cammino di Santiago in bici?”, non ci penso due e volte e gli rispondo: “Porquè no??”. E così arriva luglio e ci si vede a Pamplona, mio fratello dall’Italia porta le bici, le borse, tanto allenamento nelle gambe (al massimo io ho quello di cerveza e sangria) e le figlie, ma queste rimarranno qui dai cugini. Un giorno di San Firmin e poi si torna indietro di 40 km a Roncisvalle, la partenza ufficiale del Cammino Francese. E così la prima tappa sarà semplicemente Roncisvalle-Pamplona, inizio soft senza bagagli e senza grandi salite. Ma il giorno dopo iniziano i dolori: la bici pesa qualche chilo in più e a vederla così carica mi chiedo se riuscirò a fare almeno una pedalata, e il peggio deve ancora arrivare, perché per chi come me non è più abituato ad andare in bicicletta, tutta la stanchezza del giorno prima (40km, mica la Liegi-Bastogne-Liegi) si accumula sul proprio fondoschiena, e vi posso assicurare che è una sensazione di cui ogni mattina alla partenza avrei fatto volentieri a meno. Per percorrere il Cammino di Santiago c’è bisogno della “credencial”, una carta che ti permette di essere ospitati da ostelli a pochi euro e di collezionare timbri delle varie chiese e cattedrali lungo tutto il percorso. Così può capitare di dormire tranquillamente in una stanza doppia pagando 7-8 al massimo 10 euro, oppure capitare in una salone con 40 letti pagando ancora meno, con persone provenienti da un po’ tutta Europa, spesso non giovanissime…e via ai concerti di notte. Chi non è mai andato veramente in bicicletta non sa cosa significa andare veramente in bicicletta. E il luglio spagnolo diciamo che non è proprio l’ideale per sperimentare cosa significa andare veramente in bicicletta. L’asfalto è rovente, l’aria è secca, il peso della bici si fa sentire sulle gambe e sulla schiena, del fondoschiena non parlo nemmeno. La fame e la sete colpiscono all’improvviso ma non ci si può fermare in continuazione altrimenti si perde il ritmo, si perdono chilometri e non si arriva alla destinazione minima per sperare di finire il cammino in 10-11 giorni.
La mia bici ogni giorno ha un problema diverso: il cambio fa rumori strani, i freni funzionano male, rimango con il freno tirato per tre giorni senza accorgermene e non mi capacito di come la mia bici possa rallentare in discesa, figuriamoci in salita. Una mattina alle sette buco ovviamente una gomma quando tutto è ancora chiuso, e considerando la voglia che hanno gli spagnoli di lavorare stiamo freschi. Il ginocchio brucia per tre giorni ad ogni pedalata fino a che non decido di comprare un antidolorifico. Per due giorni ci viene sparato contro un fortissimo vento contrario. Ma passato tutto questo, il Cammino di Santiago è una profonda immersione nella storia, nella cultura e nella natura spagnola, una sfida per superare se stessi, un tuffo in un viaggio che solo chi ha veramente voglia di viaggiare può godere fino in fondo, e alla fine, come ogni viaggio, resta una grande soddisfazione ed un ricordo indelebile per tutta la vita. Le tappe più importanti del viaggio: la prima città importante che si incontra è Puente de la Reina, poi si prosegue verso Burgos, con degli abitanti davvero antipatici e una cattedrale a dir poco eccezionale che costa 4euro l’entrata, così preferiamo (per principio) ammirarla da fuori all’ombra dei quasi 40°C dell’una del pomeriggio. Alla precisa metà del cammino c’è la città di Sahagun. Altra città tipicamente del nord della Spagna, con rovine di cattedrali, mura, case diroccate e mai ricostruite: è proprio vero che la Spagna tolte quelle tre quattro città straricche e strafamose, il resto è desolazione, ricorda un po’ il Messico, o se vogliamo l’entroterra del meridione italiano, e il paesino di Castrojeriz, autentica città fantasma, ne è una prova lampante. Finalmente l'ultimo tratto: la Galizia, terra collinare con propria lingua e proprio modo di pensare (indipendentista), la terra più ad ovest in Europa che mantiene il nostro fuso orario, e dove alle undici di sera di luglio è ancora giorno. In Galizia affrontiamo due salite molto dure, il Cebreiro e la Cruz de Hierro, finita la seconda ci trova davanti ad una discesa mozzafiato, dove in certi punti dovresti quasi stare attento a percorrerli a piedi, e in bici, per quanto tu possa premere a fondo i freni, la bici continua a correre e quando puoi, devi fermarti a riposare le dita delle mani.
Passato tutto questo l’ultima tappa è la tranquilla cittadina di Portomarin, a meno di 100 km dall’arrivo, poi il giorno dopo alle quattro del pomeriggio, con un paio di giorni d’anticipo, si arriva nella piazza centrale di Santiago. E distesi all’ombra per un paio d’ore, osserviamo quella splendida cattedrale che significa vittoria.
E’ una normale giornata di Febbraio, io sono davanti al computer nella mia casa di Madrid, dove sono in erasmus, quando leggo una mail che mi disegna il sorriso sulla faccia, mio fratello mi chiede: “Ce lo facciamo il Cammino di Santiago in bici?”, non ci penso due e volte e gli rispondo: “Porquè no??”. E così arriva luglio e ci si vede a Pamplona, mio fratello dall’Italia porta le bici, le borse, tanto allenamento nelle gambe (al massimo io ho quello di cerveza e sangria) e le figlie, ma queste rimarranno qui dai cugini. Un giorno di San Firmin e poi si torna indietro di 40 km a Roncisvalle, la partenza ufficiale del Cammino Francese. E così la prima tappa sarà semplicemente Roncisvalle-Pamplona, inizio soft senza bagagli e senza grandi salite. Ma il giorno dopo iniziano i dolori: la bici pesa qualche chilo in più e a vederla così carica mi chiedo se riuscirò a fare almeno una pedalata, e il peggio deve ancora arrivare, perché per chi come me non è più abituato ad andare in bicicletta, tutta la stanchezza del giorno prima (40km, mica la Liegi-Bastogne-Liegi) si accumula sul proprio fondoschiena, e vi posso assicurare che è una sensazione di cui ogni mattina alla partenza avrei fatto volentieri a meno. Per percorrere il Cammino di Santiago c’è bisogno della “credencial”, una carta che ti permette di essere ospitati da ostelli a pochi euro e di collezionare timbri delle varie chiese e cattedrali lungo tutto il percorso. Così può capitare di dormire tranquillamente in una stanza doppia pagando 7-8 al massimo 10 euro, oppure capitare in una salone con 40 letti pagando ancora meno, con persone provenienti da un po’ tutta Europa, spesso non giovanissime…e via ai concerti di notte. Chi non è mai andato veramente in bicicletta non sa cosa significa andare veramente in bicicletta. E il luglio spagnolo diciamo che non è proprio l’ideale per sperimentare cosa significa andare veramente in bicicletta. L’asfalto è rovente, l’aria è secca, il peso della bici si fa sentire sulle gambe e sulla schiena, del fondoschiena non parlo nemmeno. La fame e la sete colpiscono all’improvviso ma non ci si può fermare in continuazione altrimenti si perde il ritmo, si perdono chilometri e non si arriva alla destinazione minima per sperare di finire il cammino in 10-11 giorni.
La mia bici ogni giorno ha un problema diverso: il cambio fa rumori strani, i freni funzionano male, rimango con il freno tirato per tre giorni senza accorgermene e non mi capacito di come la mia bici possa rallentare in discesa, figuriamoci in salita. Una mattina alle sette buco ovviamente una gomma quando tutto è ancora chiuso, e considerando la voglia che hanno gli spagnoli di lavorare stiamo freschi. Il ginocchio brucia per tre giorni ad ogni pedalata fino a che non decido di comprare un antidolorifico. Per due giorni ci viene sparato contro un fortissimo vento contrario. Ma passato tutto questo, il Cammino di Santiago è una profonda immersione nella storia, nella cultura e nella natura spagnola, una sfida per superare se stessi, un tuffo in un viaggio che solo chi ha veramente voglia di viaggiare può godere fino in fondo, e alla fine, come ogni viaggio, resta una grande soddisfazione ed un ricordo indelebile per tutta la vita. Le tappe più importanti del viaggio: la prima città importante che si incontra è Puente de la Reina, poi si prosegue verso Burgos, con degli abitanti davvero antipatici e una cattedrale a dir poco eccezionale che costa 4euro l’entrata, così preferiamo (per principio) ammirarla da fuori all’ombra dei quasi 40°C dell’una del pomeriggio. Alla precisa metà del cammino c’è la città di Sahagun. Altra città tipicamente del nord della Spagna, con rovine di cattedrali, mura, case diroccate e mai ricostruite: è proprio vero che la Spagna tolte quelle tre quattro città straricche e strafamose, il resto è desolazione, ricorda un po’ il Messico, o se vogliamo l’entroterra del meridione italiano, e il paesino di Castrojeriz, autentica città fantasma, ne è una prova lampante. Finalmente l'ultimo tratto: la Galizia, terra collinare con propria lingua e proprio modo di pensare (indipendentista), la terra più ad ovest in Europa che mantiene il nostro fuso orario, e dove alle undici di sera di luglio è ancora giorno. In Galizia affrontiamo due salite molto dure, il Cebreiro e la Cruz de Hierro, finita la seconda ci trova davanti ad una discesa mozzafiato, dove in certi punti dovresti quasi stare attento a percorrerli a piedi, e in bici, per quanto tu possa premere a fondo i freni, la bici continua a correre e quando puoi, devi fermarti a riposare le dita delle mani.
Passato tutto questo l’ultima tappa è la tranquilla cittadina di Portomarin, a meno di 100 km dall’arrivo, poi il giorno dopo alle quattro del pomeriggio, con un paio di giorni d’anticipo, si arriva nella piazza centrale di Santiago. E distesi all’ombra per un paio d’ore, osserviamo quella splendida cattedrale che significa vittoria.
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