mercoledì 20 maggio 2020

Train to Busan vs World War Z

 

Train to Busan (Sang-ho Yon, 2016) e World War Z (Marc Forster, 2013) non sono esattamente due film da vedere chiusi in casa durante la pandemia di un virus. Stiamo parlando di due zombie movie forse un po' sottovalutati, che però hanno tanti punti in comune, grande suspense e lasciano a modo loro incollati allo schermo. 



Devo dire la verità che per una volta ho preferito Hollywood al cinema asiatico, quantomeno a fine visione Train to Busan mi ha dato una vaga idea di B movie nel quale succede di tutto e di più in maniera esagerata, non si capisce nulla, e i protagonisti muoiono e si salvano nelle circostanze più rocambolesche. Poi a mente un po' più fredda vado a leggere recensioni e commenti e scopro che il film coreano è considerato un ottimo film e uno dei migliori zombie movie in circolazione se non addirittura quello “perfetto”. Ma perchè? A me viene solo da pensare che all'interno del film, al di fuori delle scene d'azione che comunque sono girate molto bene, i protagonisti rappresentino ognuno una differente classe sociale: c'è il padre di famiglia che pensa solo al lavoro e durante il film ha tempo di riconcigliarsi con la figlioletta, il riccone che pensa solo ai fatti suoi e trova tutti le scappatoie possibili per salvare solo la sua pelle strafregandosene di tutti gli altri. Poi ci sono i poveri, quelli che aiutano gli altri, quelli mettono la famiglia e l'amore al primo posto, dal marito con moglie incinta al mendicante eroe.



Se Train to Busan, proprio come dice il titolo, è quasi interamente girato in un treno, dando quindi la sensazione di una claustrofobica mancanza di speranza, World War Z, anche qui come dice il titolo, è girato un po' ovunque nel mondo. Dal centro città, alla portaerei, da una base militare in Corea, al centro di Gerusalemme, concludendosi in un aereo diretto in Galles, verso un centro dell'Organizzazione mondiale della sanità in cerca di un vaccino. Niente di più attuale in tempo di coronavirus. Il super protagonista è niente meno che Brad Pitt, ex militare in “pensione”, che per fortuna non è immortale ed invincibile come in tanti film d'azione pomposi e monotematici, addirittura si ferma quando viene ferito, e giuro che non potevo crederci. Di solito in questi film anche con un'ascia piantata in testa questi personaggi continuano a combattere come se nulla fosse. Il nostro caro Brad, oltre all'esperienza con le armi fa azionare anche il cervello in maniera sensata rendendo il film quasi plausibile. WWZ non è solo un film sugli zombie, ma ha anche la pretesa di essere un film geopolitico, tirando in ballo le Nazione Unite, Israele e il WHO, è quindi a mio modo di vedere apprezzabile il tentativo del regista Marc Forster, di rendere la pellicola un qualcosa che va ben aldilà del solito zombie movie d'azione.
E fa un po' impressione vedere il nostro Pierfrancesco Favino combattere  gli zombie fianco a fianco con Brad Pitt.
L'unica cosa che a me infastidisce un po' di questi film, è in primo luogo il fatto che non si sappia mai la causa del virus o come mai le persone morte nel giro di dieci secondi si risveglino e si trasformino in zombie velocissimi ed assatanati (tutto il contrario di Walking Dead per intenderci, dove gli zombie sono lumache in balia dei vivi). Inoltre non capisco come sia possibile che se il virus parte da un luogo preciso (il cosiddetto paziente zero), com'è che nel giro di 24 ore un paese intero viene infettato o nel caso di World War Z, il mondo intero, senza che nessuno, governi o forze militari, possano opporre resistenza. Lo so sto divagando in opinioni personali bizzarre, ma quando guardo un film mi piace sempre pensare che ci possa essere un fondo di verità o una spiegazione possibile.

Nota: Train to Busan e il sequel di un anime Seoul Station, dello stesso anno e dello stesso regista, che consiglio vivamente a chi è appassionato di zombie movie.

Altri film che consiglio sempre sul genere, famosissimi e non:

Contagion (2011, Steven Soderbergh)
L'alba dei morti viventi (2004, Zack Snyder)
La terra dei morti viventi (2005, George A. Romero)
28 giorni dopo (2002, Danny Boyle)
28 settimane dopo (2007, Juan Carlos Fresnadillo)
Resident Evil (2002, Paul W.S. Anderson) – solo il primo capitolo!
Apocalypse Domani (1980, Antonio Margheriti)
Benvenuti a Zombieland (2009, Ruben Fleischer) – per sdrammatizzare



lunedì 4 maggio 2020

La tomba delle lucciole vs In questo angolo di mondo

 
Oggi torniamo in Giappone, torniamo agli anime.
Se vi piacciono gli anime per adulti questi due film sono quello che fa per voi. Se invece non amate i film che vi fanno piangere, allora potete anche smettere di leggere. Direi che l'introduzione è breve ma va dritta al punto, indica precisamente la chiara essenza di questi due anime giapponesi che raccontano il proprio paese in tempo di guerra. Carestia, povertà, bombardamenti, morte: i due film sono racchiusi qui.
 


E' tempo di seconda guerra mondiale e in entrambi i film si raccontano storie di giovani nel tentativo di sopravvivere alla fame e alla miseria dell'epoca. Ne La tomba delle lucciole di Isao Takahata i protagonisti non solo sono giovani ma addirittura bambini, Seita e Setsuko, che mentre il padre è impegnato nella marina, perdono la madre e si ritrovano così soli di fronte ad un mondo che non può più accoglierli. Quello che pervade il film firmato Studio Ghibli, è la devastante mancanza di speranza, che con il passare dei minuti si affievolisce sempre di più, diverso è invece In questo angolo di mondo di Sunao Katabuchi, qui la speranza rimane, sembra crollare ma ci si rimane aggrappati, e il finale, nonostante qualcuno non riesca a sopportare la sconfitta nella guerra, rappresenta l'inizio di una nuova epoca. 



In questo film la protagonista Suzu, giovane sognatrice e un po' imbranata, riceve da parte di Shusuke, una richiesta di matrimonio. Lei accetta e si deve trasferire distante dalla sua casa di Hiroshima: sarà la prima di una serie di disavventure e tragedie che ne segneranno i suoi anni in tempo di conflitto mondiale. Il film dimostra come la guerra, oltre a mietere vittime innocenti, distrugge l'esistenza anche di persone e famiglie che stanno in angoli di mondo dove apparentemente la vita scorre lenta e non succede quasi niente. La vista che dalla loro collina si ha sul porto militare, con le navi che vanno e vengono, è l'unico vero contatto che quella famiglia ha con la guerra, di cui in realtà sanno poco o nulla e ricevono poche sparute notizie via radio o per via di Shusuke, che lavora in città.

Su Netflix al momento si trovano entrambi i film. Vidi La tomba delle lucciole diversi anni fa e non riuscii a capacitarmi dell'infinita tristezza di questa pellicola, per me il film più triste che abbia mai visto, se non piangi qui, non piangi da nessun'altra parte. Io non ho pianto, forse ho un cuore di pietra.
Nel film di Katabuchi invece dovreste riuscire a trattenere le lacrime perché oltre alle sciagure si trovano anche momenti divertenti, di amore e di speranza. Ad ogni modo, li consiglio entrambi, soprattutto a chi ancora crede che l'animazione sia cosa solo per bambini.

domenica 19 aprile 2020

1992 vs 1993 vs 1994


Oggi vado un po' fuori dagli schemi di questo blog e commento una serie italiana che ho finito in questi giorni. Si tratta della trilogia 1992-1993-1994, che tratta degli eventi di questo triennio che vanno dall'inchiesta di mani pulite alla discesa in campo (e trionfo) di Silvio Berlusconi in politica.

I personaggi principali sono Leonardo Notte (Stefano Accorsi, anche ideatore della serie), pubblicista spietato e senza scrupoli che è pronto a fare qualsiasi cosa per raggiungere i suoi obiettivi, Veronica Castello (Miriam Leone), showgirl che è quasi l'alter ego femminile di Notte, anche lei è pronta a tutto per un po' di popolarità in più, che sia un'intervista o un ruolo di ballerina in qualche programma televisivo. Infine c'è Pietro Bosco (Guido Caprino), rugbista folle ed istintivo, che viene candidato dalla Lega per aver sventato una rapina e picchiato a mani nude due albanesi.
I tre personaggi di finzione vengono inseriti in maniera soddisfacente in un contesto reale di fatti avvenuti nel corso di questi anni di vitale importanza per la politica italiana.



Partiamo dai lati positivi di questa serie:

- Premetto che io ho visto questa serie quasi tutta d'un fiato, perché oltre ad essere molto interessante dal punto di vista politico e culturale, è condita e romanzata dagli intrecci lavorativi / amorosi dei vari personaggi di finzione.
- In 1993 e 1994 molto spazio viene dato al personaggio di Silvio Berlusconi, il quale non viene ne elogiato ne contestato, ma viene analizzato da un punto di vista molto più umano.
- Il cast di attori è davvero di alto livello, oltre a quelli principali sui quali a mio modo di vedere spicca un'ottima Miriam Leone, c'è un grande numero di personaggi secondari molto fedeli agli originali, e spesso vengono interpretati da attori tutt'altro che sconosciuti (per esempio Giuseppe Cederna è il magistrato Francesco Saverio Borrelli).
- I personaggi rappresentano nel loro piccolo quello che tutti noi vorremmo essere e proviamo ad essere, essi raggiungono i loro scopi ma c'è sempre un prezzo da pagare, e la domanda che sembrano farsi continuamente è "tutto ciò ne vale davvero la pena?". Notte è un pubblicista che è in grado di convincere chiunque a fare qualsiasi cosa, ma ha nemici ovunque ed è odiato a morte praticamente da tutti coloro che ha frequentato in passato. Veronica Castello con la sua bellezza può ottenere tutto, ma è anche alla disperata ricerca di una vita normale fuori dai riflettori. Bosco invece viene catapultato in politica quasi senza accorgersene e se la cava nonostante la sua profonda inesperienza ed ignoranza, ma paga a caro prezzo il suo carattere troppo impulsivo che lo porterà a fare follie.
- Infine molto azzeccato il personaggio di Luca Pastore (Domenico Diele), braccio destro di Antonio Di Pietro e sieropositivo a causa di una trasfusione. E quello era sicuramente un periodo nel quale l'AIDS era un problema sotto i riflettori. Pastore, non a caso  guida un'inchiesta di mala-sanità.

Cosa non va in questa trilogia?

- Lo stacco tra 1993 e 1994 è un po' troppo netto, alcune vicende dopo quasi due stagioni di tira e molla vengono risolte un po' troppo frettolosamente, come la fine di della Zenit di Bibi Mainaghi (Tea Falco), o la relazione tra Veronica Castello e il giovane scrittore.

- Nella serie ci sono molte scene di sesso, e questo non è sbagliato di per se, anzi tengono sicuramente lo spettatore più incollato allo schermo. Alcune di queste sono però un po' troppo gratuite: che un ricco, bello e sicuro di se come Leonardo Notte abbia successo con le donne non c'è nulla da dire, ma tutte sembrano morire dalla voglia di fare l'amore con lui. Comprendo le vicende sessuali di Veronica Castello, che vende il proprio corpo con lo scopo di ottenere qualcosa o ricattare le persone, ma gran parte delle avventure di Leonardo Notte sembrano uscite da un libro di Bukowski, come la figlia della sua amica in vacanza, la ragazzina di Non è la Rai, o la professoressa di sua figlia. Tutto ciò per dire che si potrebbe dare un'idea un po' distorta delle donne italiane. Le femministe non apprezzeranno.


giovedì 16 aprile 2020

Irrational Man vs Basta che Funzioni


Ancora in quarantena, ed è ancora tempo di spulciare i cataloghi che Netflix può offrire. C'è da dire che su Netflix c'è tanta spazzatura americana a cui di solito sto ben lontano, e i film più famosi e più belli sono tutti quelli che ho già visto, quindi è difficile trovare film che ti sorprendano.
Così provo per logica, come del resto faccio tutte le volte che devo scegliere un film da guardare e non so decidermi da che parte iniziare cercare: prendo un regista che mi piace, o un attore eventualmente, cerco tutti i suoi film che non ho ancora visto, e guardo in serie quelli che mi ispirano di più. Così è successo per Woody Allen. Su Netflix si possono trovare alcuni dei suoi film più recenti come To Rome With Love e Vicky Cristina Barcellona, piacevoli ma un po' scontati. Soprattutto il secondo a mio parere vive della fama degli attori principali, Javier Bardem, Scarlet Johansson e Penelope Cruz, con trama e personaggi inverosimili, quasi da cartone animato per teen ager. Tipo Kiss me Licia, per intenderci.


Un po' meglio invece con Irrational Man e Basta che Funzioni (Whatever Works). In entrambi i film c'è una bellissima e giovane ragazza che si innamora profondamente di un uomo molto più vecchio di lei, ma più che del suo aspetto fisico (o dei suoi soldi) della sua intelligenza o del suo carisma. Oddio, non si può dire che il professore di filosofia Abe Lucas (Joaquin Phoenix) sia proprio brutto, nonostante sia un depresso alcolizzato con la pancia da sbronze,  ma è comunque molto più anziano della sua studentessa Jill Pollard (Emma Stone). Mentre un po' più estremo è il caso di Boris Yellnikoff (Larry David), ormai vecchio e senza più desiderio sessuale, che attrae come una calamita la giovane ed ingenua Melodie (Evan Rachel Wood).
Sono entrambi bei film, che hanno però qualcosa di opposto, mentre Irrational Man fino a metà sembra un film senza capo ne coda, che ti fa venire voglia di alzarti, spegnere la tv e andarti a bere una birra sul balcone, Basta che Funzioni inizia molto bene, soprattutto grazie all'azzeccatissimo personaggio "Alleniano" di Boris, per poi sfociare in una trama quasi da cinepanettone con personaggi messi li tanto per riempire, vedi i genitori di Melodie.


In Irrational Man resistete, dalla metà in poi scatterà una molla nella vita di Abe Lucas che porterà a conseguenze inaspettate e che vi terrà incollati allo schermo, per Basta che Funzioni, ricordiamo le frasi celebri di Boris sul capodanno e sull'amore "le romantiche aspirazioni della giovinezza si riducono a basta che funzioni.". Praticamente vuole spiegare che il vero amore non esiste, e se esiste dura poco, e alla fine se non si riesce a trovare nulla basta arrangiarsi e trovare qualcosa "che funzioni" e che ci faccia stare quantomeno non troppo infelici o non troppo soli. Ecco perché non fa una piega quando viene lasciato da Melodie. Se lo aspettava.


Della cinquantennale carriera di Woody Allen posso citare e consigliare alcuni dei suoi film più vecchi, come Manhattan (1979), Harry a Pezzi (1997), Prendi i soldi e scappa (1969), ma anche  Match Point (2005) con una splendida Scarlet Johansson. Vale la pena di guardarlo solo per lei.

mercoledì 1 aprile 2020

Youth Fight vs Meteor Garden


Da un paio d'anni ho iniziato a studiare cinese, e il metodo migliore per studiare una lingua è allenare le proprie capacità di ascolto. Così per caso ma anche per obbligo mi sono imbattuto in serie tv cinesi adolescenziali che parlano di giovani universitari che "lottano" per conquistare il cuore del belloccio o della ninfetta di turno. Perché mi faccio del male da solo? No non sono autolesionista, ma semplicemente perché queste serie tv hanno un linguaggio spicciolo e semplice che mi permette, con l'aiuto dei preziosissimi sottotitoli, di capire il 30%, il 50%, a volte il 70% e quasi mai 99% di quello che dicono i giovani attori. Che poi attori si fa per dire, visto che alcuni di loro recitano come burattini.



Tra le serie che mi sono sforzato e sforzo di vedere ne menziono due, i titoli inglesi sono Youth Fight e Meteor Garden. La prima, detta anche 青春斗 (qing chun dou) è la storia di cinque ragazze, ovviamente tutte bellissime, alte, snelle, che stanno per finire l'università e si apprestano ad entrare nel mondo del lavoro, con tutte le difficoltà che esso comporta: trovare un lavoro adatto a se stesse, soldi che non sono mai abbastanza, lotte continue con i genitori e fidanzati iper-gelosi o troppo attaccati al proprio lavoro.



Meteor Garden (流星花园, lui xing hua yuan)  che in realtà ho appena iniziato su Netflix, parla più o meno della solita solfa, con l'unica differenza che i protagonisti in questione (quattro ragazzi bellissimi, altissimi, ricchissimi, più una ragazza) sono ancora all'università e non devono fare neanche la fatica di lavorare, ma solo spendersi le infinite rendite dei genitori in drink, ristoranti  di classe, hotel a 5 stelle e vacanze in spiaggia neanche fossero figli di emirati di Dubai.
E va bene, mettiamo per scontato che tutto ciò è assurdo e queste serie tv vogliono solo fare vedere ciò che il cinese medio sogna e che per ottenere anche solo un decimo di quello che vede, dovrà lavorare sodo per un anno intero. Tutto ciò è assurdo e infatti come è possibile che tre ragazze neo laureate a Pechino possano permettersi appartamenti con salotti super arredati di 70 metri quadrati.
E' importante anche menzionare il fatto che il Meteor Garden che sto guardando, è un remake di una serie taiwanese del 2001, che a sua volta era stata originata dall'omonimo manga. A quanto pare alcune scene esageratamente maschiliste e anche un po' troppo violente, derivano proprio da una fin troppo fedele trasposizione da fumetto a tv. Non si potrebbero spiegare in effetti, ragazzine angeliche appese al muro o prese a schiaffoni da baldi giovani che in un universo anche solo seminormale sarebbero come minimo denunciati per aggressione.
Ma come ho detto, non prendo sul serio queste cose e lo faccio solo per imparare il cinese che almeno quello, va (a poco a poco) un po' meglio e queste serie tv demenziali almeno qualcosa di buono lo hanno fatto.
Quindi, se state studiando il cinese queste sono serie che fanno per voi,  meglio di altre per così dire…più normali. Avevo provato ad iniziarne una chiamata Days and Night, trama intricata di assassini e poliziotti, sceneggiatura interessante e un sacco di parole complicate…proprio per questo motivo dopo un po' rimanevo stordito e non ce la facevo più a continuare.





martedì 31 marzo 2020

Your Name vs Donnie Darko

Dopo oltre due anni dalla mia prima e unica visione, finalmente ieri sera mi sono deciso di rivederlo. Avevo aspettato a lungo, perché un film che ti colpisce al cuore in una maniera così profonda, va rivisto con una persona speciale, o con più persone speciali. Sto parlando di Your Name, capolavoro di animazione di Makoto Shinkai, film che riunisce passato, presente e futuro, sogno e realtà in una maniera poetica e geniale. 



Your Name è proprio il genere di film che piace me, ovvero quei film che alla fine lasciano sempre un po' di spazio all'immaginazione, all'interpretazione, che all'arrivo dei titoli di coda ti lascia quella sensazione del tipo "vorrei che non fosse finito qui", e comunque ti convinci che quello sia stato il finale giusto.
Your Name forse mi è piaciuto così tanto perché ricorda in qualche modo quello che è stato per me (ed è ancora) il mio film preferito, Donnie Darko. 



In entrambi i film ai protagonisti viene a loro insaputa dato un compito molto impegnativo, nel corso della storia si renderanno conto di essere responsabili della vita di molte altre persone e i finali dei due film sono diversi e non anticipo nulla nel caso ovviamente non li abbiate ancora visti. Siamo davanti a supereroi inconsapevoli che in cambio dei loro sforzi non solo non avranno gloria ma dovranno anche sacrificare molto, se non tutto. Questo per il bene di chi gli sta intorno e di chi amano. Anche per questo motivo i personaggi vengono resi normali, persone come tutti noi, in modo che lo spettatore possa immedesimarsi e sognare a sua volta. Cosa che mai potrebbe succedere in un classico film di supereroi.

I due film sono ormai film di culto, Donnie Darko (2001) è già più vecchiotto mentre Your Name si può dire che abbia sancito la consacrazione definitiva di Makoto Shinkai, soprattutto al botteghino, visto il successo ottenuto anche fuori dal Giappone. Lo stesso non si può dire di Richard Kelly, regista di ventiseienne Donnie Darko, che non è più riuscito ad imporsi. A parte l'ambiguo Southland Tales e il fanta-thriller The Box, sembra aver lasciato la regia. Trampolino di lancio semai è stato per Jake Gyllenhall, che dopo aver interpretato il problematico Donald, ha cominciato una florida carriera.

Altri film consigliati:

5 cm al secondo (2007), Makoto Shinkai
Il Giardino delle Parole (2013), Makoto Shinkai
The Box (2009), Richard Kelly


mercoledì 25 marzo 2020

Ultras vs Il Buco

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In questi brutti giorni di quarantena chiusi in casa, cosa fare se non dedicarsi alla visione di nuovi film o serie TV? E’ così che mi sono imbattuto in due nuove pellicole della piattaforma, uno italiano e uno spagnolo, sto parlando di Ultras e Il Buco (El Hoyo, in lingua originale). Cosa hanno in comune i due film? Nulla, a parte il fatto di essere diretti da due registi esordienti, da una parte Francesco Lettieri, dall’altra il basco Galder Gatzeru Urrutia. 



Ultras è la versione italiana di Hooligans, film di una decina di anni fa sulla rivalità tra le tifoserie londinesi di Millwall e West Ham, quindi se vi piace il calcio, non solo quello giocato, siete stati qualche volta allo stadio (non dico in tribuna d’onore eh…) e conoscete le realtà delle tifoserie italiane, è un film assolutamente consigliato. Ultras prova ad  analizzare le vite private di alcuni di quei personaggi che vediamo nelle curve degli stadi, cercandone il lato più umano. E’ la storia di Sandro, capo ultras degli Apache del Napoli, che a 50 anni suonati cerca in tutti i modi di uscirne, di avere una vita normale, di catechizzare i più giovani cercando di allontanarli dalla curva (e dalla strada) e provando anche ad innamorarsi, nonostante i suoi compagni ultras gli dicano cose del tipo “te la devi togliere la figa dalla testa, in questo momento ci sono cose più importanti”. Cast di attori non troppo famosi, per una volta non vedremo i vari Favino, Giallini, Accorsi, Gassman, che sono praticamente ovunque nei film italiani di Netflix, interpretazioni comunque molto valide (e sottotitoli consigliati per chi non è napoletano). A me personalmente oltre ad Aniello Arena che interpreta Sandro, ha fatto impressione Daniele Vicorito, che interpreta il Gabbiano, uno dei capi ultras più giovani, talmente incazzato tutto il film che fa paura solo a guardarlo.





Con Il Buco andiamo totalmente su tutt’altro genere, fantascienza, horror, violenza, splatter, futuro distopico. Questi gli ingredienti di un film che mi ha letteralemnte incollato allo schermo soprattutto i primi 45 minuti, non avrei sentito neanche i telefono squillare. In questo film altamente claustrofobico, Goreng si sveglia una mattina in una prigione verticale, dove ci sono XXX piani (non voglio spoilerare), in ogni piano due persone e un buco rettangolare  in mezzo alla cella dove ogni giorno una tavola piena cibo parte dal piano zero per scendere lentamente ai piani inferiori. Nei bassifondi non resteranno neanche le briciole. Un po’ cannibal movie, un po’ zombie movie, insomma uno di quei film senza speranza che ti fa venire in mente di continuo “e se capitasse a me?”. Risultato? La notte ho dormito poco e male e l’ho anche sognato, purtroppo il sogno me lo ricordo vagamente. Non di certo un film per famiglie, ma per gli appassionati di genere. Un film che ricorda molto The Cube, film canadese del 1997, dove le stanze della prigione non erano collegate solo in verticale ma in quattro dimensioni, ed ad ogni stanza i protagonisti dovevano risolvere un enigma per cercare di rimanere in vita. Nel Buco, a differenza del Cubo, nessun enigma, solo la speranza di finire in uno dei piani superiori dove ci sarà più cibo (ogni mese infatti il numero della stanza viene cambiato, può capitare di finire al piano 202 e il mese dopo al piano 6). La legge del Buco è semplice “mangiare, o essere mangiati”. Ovvio.



Altri film citati e consigliati



Hooligans di Lexi Alexander, 2005

The Cube di Vincenzo Natali, 1997

venerdì 20 marzo 2020

Band-Maid vs Resto del Mondo

Qualche giorno fa stavo cercando nuova musica su Youtube, e ho mi sono imbattuto in questo nuovo gruppo chiamato Band-Maid. Erano li, da un paio di giorni in mezzo ai video consigliati e non volevo cliccare perché pesavo fosse qualche emo band con cantante femmina che vuole imitare i Paramore. In generale non conosco molti gruppi con cantante donna (Evanescene, Garbage, Guano Apes, Lacuna Coil, Metric, Arch Enemy…), così ero un po’ scettico. Ma alla fine ho provato, e poi ho scoperto essere giapponesi, e ultimamente tutto cià che viene dal Giappone mi affascina.



Dopo dieci secondi di “Real Existence” ero scioccato, dopo trenta mi ero già innamorato.
Poi però ho pensato, no non può essere, registrate in studio sono sicuramente brave ma dal vivo è impossibile…invece, dal vivo erano in grado di fare MOLTO MEGLIO!



Le Band-Maid sono un gruppo giapponese interamente al femminile che è in grado di mettere in ombra e far vergognare il 95% dei gruppi rock di oggi. Il loro sound è una miscela di Hard Rock anni 70’ con un Punk Rock più moderno, io sento qualcosa che va dai Deep Purple ai Rise Against, ma ovviamente è solo una mia opinione. 
 
 

Come ho detto, mi piacciono da impazzire e non avrei problemi a volare fino in Giappone solo per vederle se ne avessi la possibilità, ma perché questa band è così speciale? Oltre al loro illimitato talento musicale, una cosa importante è notare come tutte le attenzioni non siano strettamente concentrate sulla loro cantante, cosa che invece accade nella quasi totalità dei gruppi. Miku è la fondatrice della band, seconda voce e chitarra di supporto, è quella che sempre parla nelle interviste, la bella Saiki è invece la prima voce. Perché c’è anche da dire che oltre ad essere talentuose queste ragazze sono anche molto carine e sul palco vestono in modo particolarmente curato e anche un po’ sexy, cosa che indubbiamente aiuta ad attrarre i fan. Come detto però, soprattutto durante i live show, le attenzioni non sono incentrate solamente su Saiki e Miku, qui possiamo assistere alla straordinaria tecnica di Kanami alla chitarra, semplicemente fuori dal mondo con i suoi assoli e il suo tapping alla Van Halen, poi c’è Akane, una batterista tanto talentuosa quanto simaptica, mentre suona la batteria è sempre sorridente, e questo mi fa quasi piangere di gioia ogni volta che la vedo perché credo non ci sia nulla di meglio di amare quello che fai. Infine ultima ma non ultima c’è MISA, la bassista. E in quanti gruppi il bassista è tristemente considerato il più sfigato ed il più inutile? Ma niente paura, MISA e le Band-Maid distruggono anche questo stereotipo, in quasi ogni canzone c’è un suo assolo di basso, e MISA diventa così (almeno per quanto si legge nei commenti di YouTube) la più amata della band.

In Giappone sono molto conosciute, si stanno facendo spazio nel mondo occidentale ma manca ancora molto per sfondare per davvero. Bisogna ammettere che il loro genere al giorno d’oggi non è più molto in voga tra i giovani, che preferiscono ascoltare trap, hip hop, raggeaton e spazzatura varia, se fossero nate una ventina di anni prima avrebbero avuto la strada sicuramente più spianata. E a provare questa teoria, si possono leggere commenti di persone dai 40 ai 60 anni che sostengono di essere completamente “addicted” alla band giapponese. 

Non resta che augurare il meglio a questa fantastica band e sperare che continuino a salvare il rock n’ roll!



martedì 10 marzo 2020

Band-Maid vs Rest of the World

Few days ago looking for new music on YouTube, I found this new band called Band-Maid. They were there, among the recommendations since a couple of days, didn’t want to click because I though it was some kind of Emo band copying Paramore, and I don’t know many band with girl singer (Evanescene, Garbage, Guano Apes, Lacuna Coil, Metric, Arch Enemy…I think that’s it). But they were Asians, so I finally tried. 

After 10 seconds I was shocked, after 30 I fell in love.
Then I thought, no, they are amazing but no way they can play all of these live same as studio. Exactly, they don’t, THEY DO MUCH BETTER!


Band-Maid are five Japanese girls, the band is all female but they can put on shame 95% of male bands nowadays. As I said, live they are just incredible (and I wouldn’t mind fly to Japan just to see them), but why this band is so special? Because every group member, besides their authentic talent, is on the same level, they are not a singer focused band as pretty much every band in the globe. Miku is the group founder, second guitar and second voice and the one who always talks on the interviews, while Saiki is the first voice. But during live shows we can enjoy Kanami’s guitar, absolutely out of this world, Akane’s drums, always smiling while playing which almost makes me cry of happiness when I see her, because there’s nothing better than love what you do. Last but not least, MISA, the bass guitar, we all know that bass guitar is sadly considered the less important instrument for a rock band, well, Band-Maid has also destroyed this stereotype, MISA, often plays amazing solos that I personally never seen in other much more famous (male) rock bands around the world. 


Very well known in Japan now, they still need to conquer the West. The only problem is that nowadays this kind of Hard Rock/Heavy Metal is not much listened by new generations, which prefer other genres (hip-hop, trap, reggaeton, commercial…sadly, all rubbish), maybe 15/20 years ago they would have really conquered the world. To proof my theory, we can check on YouTube many people commenting under their videos, a lot of them are middle age people completely in love and addicted by Band-Maid.

ROCK IS NOT DEAD, AND AN ALL FEMALE JAPANESE BAND IS SAVING IT!


PS1 As you can imagine, the name of the band is comeing from their look. Band...MAID
PS2 You would not be able to see two of the videos here, just watch on YouTube.
PS3 Sorry for my English :)

lunedì 2 marzo 2020

Fallen Angels vs Tokyo Love Hotel

La prima volta che conobbi Wong Kar-wai fu con 2046, per puro caso lo registrai alla Tv  (lo davano a notte fonda) dopo aver letto una breve recensione. Non solo non sapevo che era il seguito del ben più famoso In The Mood For Love, ma non avevo la minima idea di chi fosse Wong Kar-wai. 2046 non mi piacque granché e non ci capii molto. Ma stiamo parlando di una decina di anni fa. Poi un mio amico invasato con l’estremo oriente me ne parlò e diciamo che si chiuse un cerchio.
Ho visto solo qualche film di Wong e devo dire che al momento Fallen Angels è quello che per distacco mi ha entusiasmato di più (o depresso di più, a seconda dei punti di vista).



L’altro giorno invece ho visto un film giapponese, Tokyo Love Hotel (regia di Ryuchi Hiroki, con un passato nel soft porn) era da un paio d’anni che avevo voglia di vederlo ma non riuscivo a trovarlo da nessuna parte. Non sapevo assolutamente nulla di questo film, avevo trovato delle informazioni credo su IMDB e il titolo mi suonava accattivante. 



Intrecci di storie di solitudine, depressione, prostituzione e tradimenti, questi due film hanno qualcosa in comune. In generale, definirei i due film delle storie per cuori solitari, per coloro che non riescono o non possono trovare qualcuno da mettere al proprio fianco, e in qualche modo con orgoglio e tenacia riescono ad uscirne fuori, nonostante il loro futuro sembri restare ancora molto nebuloso.

Fallen Angels rappresenta la vita di chi è diverso e quasi impossibilitato ad avere un’anima gemella. Tokyo Love Hotel è invece meno onirico, e si avvicina più al classico intreccio da commedia hollywoodiana, mantenendo però quell’aura poetica che rappresenta la solitudine e la struggente difficoltà che attraversano le varie coppie per restare insieme o per lasciarsi definitivamente, e per coloro che sono costretti a vendere il proprio corpo pur di sopravvivere o inseguire i propri sogni.

Mentre i personaggi del film di Hong Kong rappresentano qualcosa di lontano dalla realtà, quasi degli angeli che passano attraverso il nostro mondo, i protagonisti dell’Atlas Hotel di Tokyo sono molto più vicini a noi esseri mortali: un direttore di un albergo a ore e sua sorella che ha appena fatto il suo ingresso nel porno, una giovane musicista in cerca del primo contratto, una giovane coreana che si guadagna da vivere lavorando come escort, una giovane liceale scappata di casa, due poliziotti e una donna delle pulizie con qualche segreto.
Per questo motivo suggerirei di vedere Fallen Angels quando si ha tempo e voglia di cimentarsi in un film d’autore che potrebbe non piacere a tutti, mentre Tokyo Love Hotel è sicuramente più leggero e comprensibile.
Entrambi sono film che faranno riflettere, soprattutto chi è single.

PS. I Love Hotel sono degli alberghi a ore, molto comuni in Giappone, dove non per forza si passa la notte, ma si possono prenotare delle stanze in qualsiasi momento della giornata anche solo per un’ora o due. Di solito sono utilizzati da coppie che non hanno un appartamento proprio o da chi affitta prostitute.

Altri film di Wong Kar-wai citati e consigliati:
  • In The Mood For Love (2000)
  • 2046 (2004)

giovedì 27 febbraio 2020

Parasite vs Joker vs The Irishman

Parasite è passato alla storia come il primo film di lingua non inglese ad aver vinto un oscar come miglior film. E qui siamo già di fronte ad una svolta epocale. Mentre Trump rimpiange i tempi di Via col vento, un sudcoreano conquista Hollywood. Ma davvero Parasite è il miglior film del 2019? Non sta a me dirlo, ma almeno posso provare a confrontarlo con altri due film che sulla carta gli stavano ampiamente davanti: Joker e The Irishman.


Joker l’ho guardato sull’aereo al rientro in Italia, dopo averne sentito parlare molto bene da tutti coloro che già lo avevano visto. Purtroppo questo film non ha passato la censura in Cina e non era presente nelle sale. Prodotto dalla DC (la stessa di Batman per intenderci) il personaggio del Joker rappresenta l’antieroe, quindi l’esatto contrario di tutti i film Marvel che ci hanno sommerso nell’ultimo decennio. Niente superpoteri, Joker è un film che piace perché potrebbe riguardare chiunque di noi, piace perché da visibilità ai depressi, ai folli agli sfigati. Oscar meritato all’attore Joaquin Phoenix.


Chi invece di Oscar non ne ha vinto nemmeno uno è The Irishman di Scorsese, e ci si chiede, com’è possibile che un film che include mostri sacri come Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel, non si sia guadagnato nemmeno una statuetta nonostante undici nomination? Lungi da me dal giudicare l’operato di questi Dei del cinema, posso solamente dire che The Irishman è un film che non mi ha esaltato. Visto su Netflix, da solo in casa, innanzitutto l’ho trovato troppo lungo. Se un film ti piace te ne accorgi subito, lo guardi tutto d’un fiato e di tanto in tanto controlli quanto manca alla fine, sperando che manchi il più possibile. Se invece non ti convince inizi ad alzarti per andare in bagno, per andare a prendere qualcosa da bere, oppure metti in stop per controllare altre cose online. Inoltre data la durata del film ho dovuto finirlo il giorno dopo perché mi mancava proprio il tempo materiale. Cosa che non si dovrebbe fare mai. Questo film mi ha lasciato un senso di incompiuto, non ho visto nulla di nuovo a ciò che si era già visto in film dello stesso genere come Scarface, Carlito’s Way, Il Padrino, e mancano scene memorabili, per esempio Joe Pesci che chiede “Why do you think I am funny?” in Goodfellas. Restano però le interpretazioni, a me ha impressionato soprattutto Harvey Keitel (che io avevo conosciuto per la prima volta una decina di anni fa con un vecchio VHS in Smoke) che nel film appare solo in poche scene ma mette ansia con il suo sguardo impenetrabile e impassibile da capo mafioso che controlla tutto e tutti.


And the winner is…Parasite. Chi l’avrebbe mai detto? Un film che arriva dall’estremo oriente sbaraglia i concorrenti americani in casa loro. Ma perché? L’unica idea che mi è venuta in mente, oltre al fatto che Parasite è semplicemente un bel film con trama e sceneggiatura originalissime, è che abbia portato una ventata di innovazione. Parasite infatti è impossibile da catalogare, se vi chiedessero che genere di film è? Non ci sarebbe una riposta, perché l’inizio è da simpatica commediola in famiglia povera che improvvisamente viene a contatto con una famiglia ricca (sembra quasi un cinepanettone) poi la quiete di una cena a base alcolica è interrotta dallo squillo del citofono, che tramuta tutto in un thriller, per poi concludersi con…non lo dico nel caso non lo abbiate ancora visto. Ho finito il film a bocca chiedendomi “Cosa diavolo ho appena visto?”. Ecco perché secondo me la pellicola di Bong Joon-ho ha meritato di stare davanti ad un comunque ottimo Joker. Forse perché ad Hollywood non si era mai visto niente di simile. 

Altri film citati e consigliati: 
  • Scarface (1983) di Brian De Palma con Al Pacino e Michelle Pfeiffer 
  • Carlito’s Way (1993) di Brian De Palma con Al Pacino e Sean Penn 
  • Il Padrino (1972) di Francis Ford Coppola con Marlon Brando e Al Pacino 
  • Goodfellas (Quei bravi ragazzi, 1990) di Martin Scorsese con Ray Liotta, Robert De Niro e Joe Pesci
  • Smoke (1995) di Wayne Wang con Harvey Keitel 

Inoltre consiglio altri film di Bong Joon-ho: 
  • The Host, 2006
  • Snowpiercer, 2013 con Chris Evans 
  • Okja, 2017 con Jake Gyllenhaal